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Joan Mirò

Nascita: 20 aprile 1893 Barcellona, Spagna

Morte: 25 dicembre 1983 Palma de Mallorca, Spagna

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Joan Mirò (1893-1983), pittore, scultore, ceramista e scenografo spagnolo, uno dei grandi maestri del XX secolo, è l’artista per eccellenza che ha celebrato l’inconscio con una tavolozza calda e mutevole. Un incessante penetrare se stesso eliminando le differenze fisiche tra pittore e tela.

Una continua creazione di microcosmi, atomi, occhi, piramidi, spirali, sfere alchemiche dipinti con delicatezza estrema. Un erotismo mai prorompente ma pacato, sottile, quasi sublimato caldo e intenso allo stesso tempo in una simbologia sessuale ricorrente.

Tutto questo è il pittore catalano che dal profondo della nostra preistoria ci ha catapultato con la fantasia più ispirata a danzare le sue profonde emozioni nel blu stellato. I personaggi del suo pennello escono dal piano della tela, le note anarchiche si cimentano in piroette acrobatiche che, attraverso il suo misterioso alfabeto poetico, volano in alto come in un crescendo rossiniano.

Biografia

Mirò da giovane

Joan Mirò i Ferrà nasce a Barcellona, quì conduce i primi studi e frequenta la scuola di disegno. Mont-roig Ciurana e Cornudella sono i punti chiave della sua infanzia assieme alla materna Maiorca.

In questi luoghi registra indelebilmente nella sua memoria tutto ciò che un bambino può “rubare alla natura”. Gli attrezzi dei contadini, le zolle dei campi, i badili le vanghe e i carri, le piante dai colori e odori inebrianti, le case, il cactus e l’agave, la terra stessa nei suoi dettagli come i fili d’erba, i fiori e le foglie.

Per volere del padre frequenta una scuola ad indirizzo commerciale, ma contemporaneamente si iscrive ai corsi per incisori e decoratori nella scuola di Belle Arti. Studi pratici per arti applicate ma che serviranno al giovane Mirò per formarsi una disciplina e una tecnica, una confidenza con gli strumenti del suo futuro lavoro.

La formazione

I suoi due primi maestri, Modest Urgell e Josep Pascò, gli faranno apprezzare i primi quadri intrisi di romanticismo, lo stimoleranno nell’acquisire la precisione per lavorare a un arabesco, a un gioiello, alle ceramiche e alle decorazioni artigianali.

A 17 anni Mirò si impiega come contabile in un’azienda a Barcellona; vi trascorrerà gli anni più brutti della sua vita. Un esaurimento nervoso lo porta a lasciare il lavoro e a cercare riposo nella solitudine della sua Montroig.

Tornato in salute, nel 1912 si iscrive alla Scuola d’Arte di Francisco Gali a Barcellona; quì conosce le nuove tendenze pittoriche e l’innesto con un ambiente così importante gli darà la possibilità di frequentare vernissages di altri pittori, scambi di idee, acquisire un’educazione musicale ai numerosi concerti delle associazioni di musicisti ed escursioni nelle montagne di Tarragona.

Dal 1912 al 1915 inizia un rapporto fondamentale con lo storico dell’arte catalana Manuel Grau e subito dopo con Enric Cristòfol Ricart, un amico con cui terrà una fitta corrispondenza dopo l’arrivo a Parigi. Al Cercle Artìstic de Sant Lluc si farà le ossa con la scuola di nudo, utilizzando i carboncini e i disegni a china.

Le prime influenze

I primi dipinti ad olio mostrano colori decisi che dilagano a sprazzi; il personaggio “Il paesano” è come sommerso da un turbine cromatico, un mulinello a forma d’uovo secondo l’influenza del Fauvismo catalano, steso a grandi pennellate.

L’empito lirico del colore viene a stento dominato dal suo carattere meridionale, passionale e romantico assieme, riflesso dell’ambiente in cui viveva. Dal 1914 si cimenta con i paesaggi: Montroig, la Casa cantoniera, sono frammenti della sua terra che traduce con pennellate fitte tradendo lo sforzo della ricerca.

Più soddisfacenti saranno poco dopo“La Reforma” “Barcellona” e “Paesaggio di San Martin”, dove case, rocce, cieli sono una realtà profondamente scossa e posseduta da una inquietudine interiore.

I personaggi, in perenne contraddittorio, sono grotteschi, drammatici e comici, si muovono, danzano presi dalla stessa febbre che Mirò proietta sulle tele a correggere la sua fama di eterno taciturno, chiuso e schivo a qualsiasi compagnia.

I suoi lavori, oggetti o figure, dicono le cose che non sa dire; nature morte che partono da Paul Cézanne per avvicinarsi nella loro passionale violenza a Henri Matisse e di riverbero al dramma di Vincent van Gogh.

Alla fine del 1915 Mirò decide di prendere uno studio per continuare la strada iniziata quasi a convincersi di una propria validità artistica. “Io non possiedo i mezzi plastici per esprimermi e questo mi fa atrocemente soffrire e arrivo a battere la testa contro i muri per la disperazione”. Queste sono confessioni di un periodo travagliato.

Il servizio militare lo coglie in un momento critico, ma fortunatamente riesce a svolgerlo a Barcellona, così potrà continuare a dipingere nei momenti di licenza. É il momento del taglio del cordone ombelicale dalla famiglia, si inserisce in nuove compagnie, poeti e pittori della sua generazione che fanno capo alla Galería de Arte Dalmau dove tiene la sua prima mostra nel 1918.

Quì si discutono i primi Picasso, Leger e Duchamp scrollandosi di dosso le pastoie del provincialismo. Mette da parte i pittori locali bravi ma ormai legati ad una pittura del passato.

Sono gli anni della grande Guerra, ma anche la guerra delle idee, una rivoluzione nel seno stesso alla pittura. Picabia, uno dei massimi esponenti del movimento Dada arriva a Barcellona; Max Jacob, le riviste d’avanguardia “Nord-Sud”, i “Calligrammi”di Apollinaire, la “Pasqua a New York” di Blaise Cendrars. Contemporaneamente l’eco della vita mondana e artistica giunge da Parigi. Lì nasce la pittura metafisica di De Chirico, il Cubismo.

Era il momento in cui bisognava distruggere per ricostruire, uccidere per rinascere, come dopo un secondo diluvio. Insieme a questo nuovo entusiasmo esplode il fervore della poesia e Mirò deve tanto al contatto stretto che ha avuto con i poeti e alla loro amicizia.

Il viaggio a Parigi

Nel 1920 Mirò, consapevole di una rottura, arriva a Parigi, il suo miraggio, il miraggio di tutti gli artisti degli ultimi 50 anni, l’approdo a cui guardavano tutti in Europa e oltre oceano. Un battito nuovo, un ritmo veramente moderno, il luogo in cui un giovane potesse esprimersi e trovare il proprio lessico espressivo.

La capitale francese si svegliava dall’angoscia della guerra, si coglieva nell’aria una inquietudine che fermentava sempre di più. Il mondo intero comincia ad avanzare bruciano le tappe, desideroso di vivere come diceva il Manifesto del Futurismo in Italia “pericolosamente”.

La tradizione della pittura francese è spezzata; i Courbet, i Manet e anche i Cèzanne erano roba del secolo trascorso, esaurita. Scoppia la rivoluzione Dada e dilaga con le sue manifestazioni di poesia, letteratura e pittura insieme. Da una parte Breton, Aragon e Apollinaire e dall’altra Tristan Tzara e Bresson vanno predicando con urla e sberleffi la buona novella.

Di questo esaltante grido di rivolta Mirò si fa lottatore e difensore, sempre con il suo stile particolare di buon contadino. Non vuole perdere tempo e all’amico Ricart scrive “se pensi di venire come spettatore, non avere fretta, ma se vuoi combattere è un grosso errore aspettare e credere che le cose domani andranno meglio. Del domani me ne frego, mi interessa l’oggi; preferisco essere un fallito a Parigi, piuttosto che galleggiare sulle acque putride di Barcellona”.

In queste parole c’è tutto il temperamento del giovane catalano del periodo, tutta la lucida coscienza della battaglia che andava combattendo. Scopre il Louvre, guarda i quadri dei pittori più celebri con occhi nuovi. Il momento della nuova ricerca si fa impellente, riesce ad avere uno studio per conto proprio, ma il suo linguaggio stenta ancora a nascere.

I quadri del periodo sono nature morte, collages di vari materiali ficcati dentro uno spazio irreale, le affastella le accalca come in un incubo senza potersene liberare. Il colore è a sfaccettature, come un mosaico a pezzi che richiama maldestramente i mosaici decorativi del conterraneo grande architetto Gaudì, quelle fantastiche quanto geniali invenzioni create al Parco Güell.

Cavallo, pipa e fiore rosso“, “Natura morta con coniglio“, “Nudo seduto“, “Nudo in piedi” e “La ballerina spagnola sono i primi lavori dove i riferimenti al Cubismo sono ben evidenti.
Sono tentativi che gli servono da filo conduttore per legare e comporre gli oggetti in un caleidoscopio di colori fissandoli per sempre, sterilizzati, mummificati, in una realtà che non aveva più nulla da dire.

A Parigi, alla Galerie la Licorne il gallerista Dalmau organizzò la prima mostra personale nel 1921. Le sue opere furono incluse nel Salon d’Automne del 1923.

La fattoria” del 1921-22, è l’ultima opera sulla realtà dove l’artista filtrava e decantava tutto il suo mondo: i muri bianchi calcinosi sui quali ogni filo d’erba, ogni crepa somiglia a graffiti.

Gli oggetti dispersi della campagna, l’annaffiatoio, il carro, la terra ordinata a zolle, gli arabeschi dell’eucalipto gigante sono guardati dall’artista con amore e con distacco proiettandoli in un’atmosfera di sogno. É la poesia delle cose viste con l’occhio infantile assieme con la consumata eleganza di una civiltà che ha dietro secoli di maturazione.

Mirò. Il nuovo linguaggio

Da una realtà resa metafora, gradualmente si arriva al simbolo puro. Dopo “La fattoria” l’alchimia di Mirò comincia a selezionare tecnica e stile, e sarà “Campo arato” (terra arata) del 1923-24 a segnare la liberazione, lo scatto verso un nuovo linguaggio faticosamente conquistato.

Quì la casa, il cavallo, il gallo e la lumaca sono come affiorati dal subconscio, il pino stilizzato si espande dal tronco con un enorme orecchio, un occhio attento fora lo spesso verde del manto.

Siamo in perfetta allegoria con un atto di abbandono alle immagini interiori, cercando di tornare all’essenza come i popoli primitivi, scordando la prassi di un mondo esterno chiuso in schemi, in regole. Tutte le cose devono essere liberate dal luogo in cui l’uomo da secoli le ha inchiodate.

Da adesso il soggettivismo di Mirò viene certamente dopo quello di Chagall e contemporaneamente a Klee e non soltanto rapportato a questi due grandi pittori. C’è l’affinità con i poeti, c’è  l’universo che parla per simboli della poetica di Artur Rimbaud, i viaggi-sogno di Blaise Cendrars nella transiberiana.

A Parigi, nel 1925 la sua mostra personale alla Galerie Pierre,  fu un grande evento surrealista; lo stesso anno Miró fu incluso nella prima mostra surrealista della Galerie Pierre.

Tutto è vivo per questi poeti, come per il pittore catalano. La sintesi è risolta con poche immagini chiave: un cuore, un seno di profilo, un triangolo fiammeggiante come tributo al sesso femminile dentro un arabesco. Il senso dello spazio adesso è dominato, l’artista ha il suo mondo, le sigle e i simboli si bilanciano, si corrispondono in un equilibrio perfetto.

Dal 1925 al 1928, sotto l’influenza di Trista Tzara e i dadaisti, Miró dipinse Immagini da sogno e Paesaggi immaginari in cui le configurazioni lineari e le macchie di colore sembrano come se fossero disposte casualmente,creando figure di animali e umani come forme indeterminate.

Di questo periodo sono “Il poliziotto (1925) e “Cane che abbaia alla luna (1926) due lavori in cui le configurazioni lineari e le macchie di colore sembrano quasi come se fossero disposte casualmente trasfigurando figure e animali in forme biomorfe. Assieme al pittore Max Ernst, gli viene commissionato nel 1926 la scenografia ed i costumi dell balletto Roméo et Juliette per i Balletti russi di Diaghilev.

Conquistato carattere e timbro del suo linguaggio, Mirò realizza le sue immagini vaganti, impalpabili, lievitate e ondulate, in quel vuoto meraviglioso che è l’attore principe dei dipinti di questi anni.
Le forme subiscono uno sconvolgimento di gesti e di movimenti nel divenire del sogno, l’inconscio erompe nel piano delle stesse tele, luogo deputato del sogno medesimo. Egli giunge al vuoto originale, dove i riflessi musicali si liberano e dove gli embrioni possono diventare tutto.

Una natura calda e armoniosa lascia il passo ad una rappresentazione onirica nel quadro Il Carnevale di Arlecchino 1924-25. In un ipotetico stanzone il pittore crea uno spettacolo da un incubo gioioso dove i simboli sono sospesi nell’aria e fluttuano in uno spazio aperto verso l’infinito.
Miriadi di esseri biomorfi partoriti da cubi come da un utero materno, saltimbanchi da fiera, oggetti e giocattoli che si aggrovigliano.

Un’apparente e felice festa purificatrice che incanta e ipnotizza come un paradiso: Mirò si tuffa nei meandri del subconscio, cosciente e felice di rappresentarlo, riuscendo a portare in superficie animali e oggetti che si affollano rumorosi nei loro cromatismi nel fantasmagorico spettacolo del carnevale.

Joan Mirò e il surrealismo

Il poeta André Breton, influenzato dal libro di Sigmund Freud “L’interpretazione dei sogni”, pubblica il Primo manifesto del Surrealismo nel 1924 e un anno dopo, in visita nell’atelier di rue Blomet, avviene il primo incontro con Mirò.

Questi qualche tempo prima dichiarava “Io credo alla possibilità che in futuro questi due dati in apparenza contraddittori come sono il sogno e la realtà, si risolvano in una specie di realtà assoluta, di surrealtà.

Il credo di Mirò era in simbiosi con il concetto di Breton che nel suo manifesto proponeva: “gli artisti usino tecniche conosciute come automatismo o scrittura automatica con cui ci si propone di esprimere il reale funzionamento del pensiero meraviglioso: il sogno, la follia, gli stati allucinatori durante la creazione d’arte”.

Mirò firmò il manifesto del movimento e i membri del gruppo furono ben felici di questa nuova preziosa recluta; lo rispettavano per lo stile in cui rappresentava il regno dell’esperienza inconscia. Lo stesso André Breton dichiarò ufficialmente che Miró era “il più surrealista di tutti noi”.

Il paesaggio catalano del 1925 rappresenta il suo alter ego contadino catturato da ricordi come se avesse trovato il modo di rappresentare la sua realtà poetica della vita. La tela fu acquistata da Breton che vedeva nell’opera ciò che il suo manifesto surrealista aveva descritto, ma che non aveva completamente immaginato.

Nel  1928 intraprende un viaggio in Belgio e nei Paesi Bassi dove ammira i grandi maestri olandesi del seicento che lo ispirano a dipingere tre tele Interni olandesi ma soprattutto resta affascinato dal genio di Hieronymus Bosch. L’anno successivo lavora ad una serie conosciuta con il titolo di Ritratti immaginari.

A Palma di Maiorca il pittore sposa Pilar Juncosa nel 1929 ma la coppia si stabilisce in un appartamento a Parigi anche se da quel momento Mirò vi alternerà la sua permanenza con la Spagna.

In piena polemica con tutta la pittura del movimento surrealista sono i Collages del 1929 con i quali Miró dichiarò il suo “assassinio della pittura“. L’anno dopo lavora ad una serie di dipinti caratterizzati da stili differenti che rappresentano l’addio, almeno momentaneo, alla pittura.

Il suo interesse si indirizza ad altri mondi espressivi, e la scultura e il bassorilievo sono le nuove tecniche dove incanalare la sua effervescente creatività. Crea il tendone, la scenografia, i costumi e gli oggetti del balletto “Jeux d’enfants”, prodotto per i Ballet Russe de Monte Carlo.

La figlia, Maria Dolors, la sua unica erede, nasce a Barcellona. A Mont-roig, realizza le prime opere tridimensionali. Il suo interesse per il monumentale e per i murali lo accompagnarono alla realizzazione degli arazzi nel 1934 mentre i suoi dipinti cominciarono ad essere esposti nelle gallerie francesi e americane.

Nel 1934, sposato e padre, ebbe un senso di presagio sullo stato della Spagna e dell’Europa. Miró da quel momento non riuscì a disegnare altro che mostri; la figura umana smembrata in un tragicomico groviglio. Visioni e incubi biomorfi stranamente erotici assumevano il segno profetico della catastrofe imminente.

La Guerra e il Franchismo

Il movimento per l’indipendenza catalana, la guerra civile e la successiva dittatura, hanno modellato e influenzato il suo lavoro. Miró era un uomo di libertà e liberalismo contro la dittatura, Allo scoppiò la guerra civile spagnola nel 1936, l’artista fuggiva in Francia, prima degli scontri con i fanatici attorno al generale Francisco Franco.

Non si esponeva in prima linea nello scontro, ma ha contribuito con manifesti di propaganda e combatteva la sua battaglia dipingendo un murale al padiglione spagnolo della Fiera mondiale a Parigi nel 1937, palesando pubblicamente la solidarietà degli artisti alla causa repubblicana.

Il grande murale “Il mietitore” ostenta simbolicamente un volto deformato di un contadino con una falce e un pugno chiuso, espressione del saluto dei repubblicani. Il murale è stato perso o distrutto negli anni successivi alla Fiera mondiale. Accanto a Mirò a Parigi Picasso dipingeva il suo famoso capolavoro “Guernica“, il manifesto più intenso di qualsiasi altra opera sulla mostruosità della guerra.

“La libertà ha significato per me e la difenderò ad ogni costo”, affermò Miró in un’intervista dell’epoca. Dello stesso periodo è “Testa di donna” (1938 ), un incubo con un’espressività demoniaca che rivelava le angosce e le atrocità di quegli anni.

Ne 1939 Miró lasciò Parigi con la famiglia e si trasferì a Varengeville in Normandia consigliato dal suo amico George Braque. Quì Miró iniziò a lavorare a una nuova serie di dieci opere chiamate poi “Costellazioni“, a partire dalla prima “L’alba”  poi “La scala dell’evasione“, continuando la serie con altre dieci a Maiorca e le ultime tre create nel 1941 a Mont-roig concluse con l’ultima tempera “Passaggio dell’uccello divino“.

Tutte le 23 tempere sono colme di immagini giocose: sole, stelle, cerchi e spirali, donne, uccelli, mezze lune, occhi e punti sulle superfici dei dipinti, dove la tavolozza dell’artista catalano, ispirato dall’ascolto di Bach e di Mozart, partoriva fondi cromatici rossi, grigi-azzurri, verdi e bruni.

Per l’artista, queste immagini sono state una via di fuga, un modo per contrastare l’orrore del tempo in cui sono state prodotte, una perentoria fuga dal fascismo, dalla guerra e dall’intolleranza. “Ho sentito un profondo desiderio di scappare”, è così che Miró ha descritto la sua situazione con il senno di poi. “Mi sono chiuso dentro di me di proposito nel silenzio dello studio alleviando il dolore attraverso la costante ricerca della bellezza dell’universo. La notte, la musica e le stelle hanno iniziato ad avere una valore sempre più rilevante nei miei lavori quando si trattava di motivi per i miei quadri”.

Il ritorno in Spagna

Nel maggio del 1940, l’aviazione tedesca bombarda la Normandia e Mirò decide di raggiungere la Spagna con la sua famiglia, lavorando tra Barcellona e Palma di Maiorca.
Si dedica sempre a lavori su carta  carta, acqueforti, disegni, acquerelli, ma al contempo realizza le sue prime ceramiche presso lo studio dell’amico Josep Llorens Artigas con cui instaura una prima collaborazione.

Abbandona definitivamente il percorso surrealista e si ispira alla limpida arte dei disegni primitivi, alla bellezza della volta celeste che è il regno della beatitudine e del silenzio. Negli anni quaranta il pittore spagnolo diversifica la sua creatività tra litografie, le prime sculture in bronzo, murales e il ritorno alla pittura su tela, che aveva abbandonato dal 1939.

La prima grande retrospettiva di Mirò al  Museum of Modern Art di New York è nel 1941 proprio con le “Costellazioni”. Critici, storici ed amatori in un coro unanime lo porranno in primo piano fra i pittori della sua generazione e lo giudicheranno uno dei più grandi artisti dell’arte contemporanea.

Nel 1947 l’artista compie il suo primo viaggio negli Stati Uniti realizzando un dipinto murale per la “Gourmet Room” del Terrace Plaza Hotel di Cincinnati. A New York, frequenta l’atelier di Stanley W. Hayter, dove approfondisce le tecniche d’incisione.

L’attività espositiva si sviluppa, partecipa all’esposizione “Il Surrealismo nel 1947: Esposizione internazionale del surrealismo”, prima mostra personale alle Galerie Maeght di Parigi e alle Galerías Layetanas di Barcellona.

Gli anni della maturità

Finalmente Miró ha potuto costruire il suo studio chiamato Taller Sert a Palma di Majorca, luogo fondamentale per la sua continua ricerca ed evoluzione artistica.
Fu proprio lì negli anni ’60, ’70 e ’80, che si liberò dagli schemi geometrici ordinati delle sue opere precedenti, concedendosi la libertà di collocare le tele a terra per poi spruzzarci sopra il colore con scope e spazzole o impregnandole direttamente con le mani e le dita.

L’artista abbandona il suo stile equilibrato per cui è famoso e molte delle opere di questi anni sono spesso spericolate. I primi collage incorporano materiali, rischia di laceraree pugnalare alcune tele con chiodi per stimolare gli spettatori a osservare aldilà delle tele dipinte.

Un universo da cabala in una sinfonia bidimensionale dipinto con un linguaggio stenografico che descrive mille cieli, donne, astri e uccelli e profonde terre dove tutte le forme si amano e partoriscono fisionomie sempre diverse.

Tavole di legno al posto delle tele, carta da imballaggio stimolano la curiosità incessante dell’artista. L’uso dei materiali con Miró diventa arte: truciolare e rottami metallici, oggetti banali sono rispolverati e trasfigurati in elementi vitali di sculture aggregate in bronzo.

E proprio con la scultura egli continua a giocare, usando la tecnica della cera persa e l’assemblaggio di oggetti di scarto trovati durante le passeggiate, infondendo loro una nuova vita.

Ceramica e scultura

Realizza le sue prime sculture monumentali in bronzo, Oiseau solaire et Oiseau lunaire, e nel 1970 la Ceramica e pittura murale per il padiglione del Rire. In collaborazione con Artigas, esegue un pannello monumentale di ceramica per l’aeroporto di Barcellona.

Negli anni ’70 si susseguono opere famose come l’Installazione del pavimento in ceramica del Pla de l’Òs, sulla Rambla di Barcellona; in collaborazione con Josep Royo realizza una grande tappezzeria per la National Gallery di Washington. Segue la Retrospettiva Joan Mirò al Museo Español de Arte Contemporàneo di Madrid, organizzato in collaborazione con la Fondation Joan Mirò di Barcellona. E ancora l’Inaugurazione delle vetrate della Fondation Maeght, e le vetrate della cappella reale di Saint- Frambourg, alla Fondation Cziffra de Senlis in Francia.

La scultura monumentale, nota con il nome di Miss Chicago, nella Brunswick Plaza a Chicago precede di un anno l’installazione della scultura monumentale Femme et oiseau nel parco Joan Mirò a Barcellona.

Nel 1983 per celebrare il novantesimo compleanno del pittore catalano molte furono le manifestazioni ed esposizioni in Europa e negli Stati Uniti. La più importante tra queste è stata  l’Esposizione “Joan Mirò: A Ninetieth-Birthday Tribute” al Museum of Modern Art di New York.

1983: La morte  a Palma di Maiorca

Il nipote Mr Punyet Miró in una intervista dichiarò che i lavori realizzati dal nonno Miró a Maiorca sono quelli di un artista “che non aveva paura della morte o del fallimento, ma che aveva paura di ripetersi ancora e ancora. Più invecchia, più espressiva diventa, più diventa violenta.”

Miró non smise mai di lavorare nel suo studio fino a due anni prima della sua morte, all’età di 90 anni. Ancora oggi lo studio nella sua splendida isola è rimasto come lui lo aveva lasciato “un luogo molto caotico dove ogni singola cosa doveva essere nel posto giusto”, sempre il nipote Punyet Miró disse una volta con un sorriso. E’ sepolto nel cimitero di Montjuïc, a Barcellona.

L’eredità artistica

Miró è stato un artista poliedrico prolifico e riconosciuto come uno dei più influenti del XX secolo. Ha sviluppato un linguaggio visivo unico e ha sempre messo alla prova il suo talento per ogni tipo di sperimentazione.

Joan Miró ha certamente raffigurato l’incanto che si sprigiona dalla sua opera e l’influsso da esso esercitato ha pervaso intere generazioni di artisti delle vari correnti pittoriche succedutesi fino ai nostri giorni.

La sua tensione creativa, le sue scintille cromatiche, il non spiegare la sua arte aveva portato Picasso a dire: “Tutti i bambini sono nati artisti; il problema è come rimanere artisti una volta cresciuti”.

Per tutta la sua vita, Miró è stato in grado di conservare quel suo vocabolario fresco e infantile, allo stesso tempo diretto e primitivo. La sua maniacale sperimentazione produrrà in America delle forti scosse che sfoceranno nell’Action Painting di Jackson Pollock, sfocerà nel Living Theatre, negli Happenings e in tutto il movimento dell’arte moderna americano e non.

 “Un innocente col sorriso sulle labbra che passeggia nel giardino dei suoi sogni.” Così si esprimeva il poeta francese Jacques Prévert parlando di Mirò.

Mirò: Opere più importanti

La fattoria (1921-22)

Mirò. La Fattoria, 1921-1922. Tecnica: Olio su Tela
Mirò. La Fattoria, 1921-1922. Tecnica: Olio su Tela. National Gallery of Art, Washington, D.C.

Sotto un cielo azzurro un grande albero si erge dalla terra nel suo colore ocra caldo. I luoghi affettivi sono fortemente impressi nel cuore del pittore catalano che li immortala con un gioco di attrezzi, di animali, scavando la terra. La facciata del fienile e la casa denudata della sua parete documentano come l’artista metta a nudo la sua anima ispanica.

Campo arato (terra arata), 1923-24

Mirò. Campo arato (terra arata), 1923-24. Tecnica: olio su tela, 66 x 92,7 cm. New York, Guggenheim Museum
Mirò. Campo arato (terra arata), 1923-24. Tecnica: olio su tela, 66 x 92,7 cm. New York, Guggenheim Museum

Il pittore crea uno spettacolo gioioso dove i simboli fluttuano in uno spazio infinito con note musicali, oggetti fantastici, piccole figure biomorfe. Un cromatismo intenso dai colori brillanti e segni infantili simboleggiano lo sconvolgimento della realtà in un mondo di sogno.

Il carnevale di Arlecchino (1924-1925)

Mirò. Il Carnevale di Arlecchino,1924-1925. Olio su Tela - Mirò. Albright-Knox Art Gallery, Buffalo, New York
Mirò. Il Carnevale di Arlecchino, 1924-1925. Tecnica: olio su tela, 66 x 90,5 cm. Albright-Knox Art Gallery, Buffalo, New York

Il surrealismo sgorga prorompente da questo quadro dove animali, spirali, oggetti e giocattoli si aggrovigliano in un vorticoso e acceso cromatismo. Le forme infantili si trasformano e danzano sulla tela generati da scarabocchi e disegni spontanei.

Figure di Notte Guidate da Tracce Fosforescenti di Lumache (dalla serie Costellazioni, 1940)

Figure di Notte guidate da tracce fosforescenti di lumache, dalla serie Costellazioni, 1940. Tecnica: Acquerello e Gouache su Carta, 37,9 x 45,7 cm
Miró. Figure di Notte guidate da tracce fosforescenti di lumache, dalla serie Costellazioni, 1940. Tecnica: Acquerello e Gouache su Carta, 37,9 x 45,7 cm. Filadelfia, Philadelphia Museum of Art

Un labirinto che vive della sua confusione dove un pennello traccia fili sottili che si rincorrono dentro un oceano di azzurro. Il colore rosso si attorciglia al nero in una disputa che si materializza in forme di pesce, di mezzaluna, di sole come in una composizione musicale.

Risveglio all’alba (dalla serie Costellazioni, 1941)

Risveglio all'Alba (Costellazioni) 1941. Tecnica: Tempera su carta, 46×38 cm.
Mirò. Risveglio all’Alba (Costellazioni) 1941. Tecnica: Tempera su carta, 46×38 cm. Collezione privata, New York

É la seconda tempera della serie “Le Costellazioni”. Come in uno spartito musicale, le righe del pentagramma slanciano i simboli anatomici, le stelle e i disegni che danzando con colori vivaci, rossi, gialli e verdi si rincorrono l’uno l’altro trovando la loro esatta collocazione.

Figure e cane davanti al sole (1949)

Il sorriso delle ali di fiamme (1953)

Il sole rosso (Le soleil rouge) (1965)

Donne e uccelli nella notte (1971-1975)

Dona i ocell (1983)

Musei

Museo Fundació Joan Miró

Nel 1972 La Fondation Joan Mirò Centro di Studi d’Arte Contemporanea è stata legalmente costituita a Barcellona su progetto dell’amico architetto Josep Lluís Sert, e tre anni dopo ha aperto le sue porte al pubblico.

Espone una vasta selezione di dipinti, disegni, sculture, tappezzerie, ceramiche, sobreteixims ed opere grafiche provenienti dalla sua collezione privata per un totale di oltre 14.000 reperti. I primi disegni risalgono al 1901. Tra le famose sculture troviamo la “Coppia d’Amoureux aux Jeux de Fleur d’Amandier” (1975).

Miró voleva creare un centro interdisciplinare internazionale, che rendesse l’arte il più possibile democratica, accessibile ad un grande pubblico. Un centro accreditato a livello internazionale per la borsa di studio Miró e la ricerca sull’arte contemporanea.

Il sogno del pittore catalano si è realizzato per potere incoraggiare lo sviluppo di tecniche sperimentali nell’arte e, così facendo, contribuire a promulgare la sua eredità spirituale per le generazioni future. Oggi, lo spazio è destinato a giovani artisti che lavorano in discipline e campi diversi non previsti altrove.

Link: Fundació Joan Miró

Citazioni

“Per me, un oggetto è qualcosa di vivente. Questa sigaretta o questa scatola di fiammiferi contiene una vita segreta molto più intensa di quella di alcuni esseri umani.”

“Lo spettacolo del cielo mi sconvolge. Mi sconvolge vedere, in un cielo immenso, la falce della luna o il sole. Nei miei quadri, del resto, vi sono minuscole forme in grandi spazi vuoti.”

“Sono le cose più semplici a darmi delle idee. Un piatto in cui un contadino mangia la sua minestra, l’amo molto più dei piatti ridicolmente preziosi dei ricchi.”

“Il solo modo di rinnovarsi è di svecchiare, di dare un’energia pulita.”

“Lavoro come un giardiniere o come un vignaiolo. Le cose maturano lentamente. Il mio vocabolario di forme, ad esempio, non l’ho scoperto in un sol colpo. Si è formato quasi mio malgrado.”

“Le cose seguono il loro corso naturale. Crescono, maturano. Bisogna fare innesti. Bisogna irrigare, come si fa con l’insalata. Maturano nel mio spirito.”

“Gli spazi vuoti, gli orizzonti vuoti, le pianure vuote, tutto quello che è spoglio mi ha sempre profondamente impressionato.”

“Se vi è qualcosa di umoristico nella mia pittura, non è il risultato di una ricerca cosciente. Questo humour deriva forse dal bisogno di sfuggire al lato tragico del mio temperamento. È una reazione, ma involontaria.”

“Una scultura deve reggere all’aria aperta, nella natura libera.”

“Mi è difficile parlare della mia pittura poiché è sempre nata in uno stato di allucinazione, provocato da uno choc qualunque, oggettivo o soggettivo, e del quale sono interamente irresponsabile.”